Telelavoro: tornano le profezie bizzarre sul suo sviluppo

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Il Sole 24 Ore riporta oggi alcune profezie sullo sviluppo futuro del telelavoro, contenute nel Rapporto Future of Jobs (attenti: pesa circa 10 Mb)  presentato a gennaio a Davos al meeting del WEF. Secondo tale rapporto (almeno nella semplificazione adottata dal giornale) nel 2020 la metà delle persone lavoreranno da casa: e quindi il telelavoro trionferà.

Ne sarei molto felice, ma purtroppo, dall’alto dei miei oltre 20 anni di studio del telelavoro, ne dubito fortemente. Come ho avuto modo di argomentare in altra sede, infatti, già nel 1970 le compagnie telefoniche americane e giapponesi erano convinte che, di lì a venti anni (nel 1990, quindi), la totalità o almeno i due terzi degli impiegati avrebbe telelavorato da casa. British Telecom nel 1974 giungeva alla conclusione che il lavoro a distanza era applicabile, nel solo Regno Unito, ad oltre 13 milioni di persone.  Alvin Toffler, nel 1980,  rilancia il sogno del telelavoro per tutto il mondo sviluppato: sarà possibile ricomporre le famiglie, lavorare con maggiore flessibilità e minore stress. In quegli anni un po’ ovunque si fa a gara a stimare la possibile penetrazione del telelavoro: in Nord America pensano che nell’arco di alcuni anni le attività telelavorabili saliranno al 40% del totale e i telelavoratori diventeranno 15 milioni, mentre Empirica, uno dei principali think thank tedeschi stima in oltre 10 milioni i potenziali telelavoratori in Europa. Nel 1996, dieci anni dopo, Werner Korte, direttore di quello stesso istituto, noterà che «più le stime sono recenti e meno sono ottimistiche; i vari autori scoprono che la diffusione del telelavoro è davvero lenta, ma l’evoluzione è costante».

Come si sarà capito, penso (e con dispiacere) che non tutti potranno telelavorare: remano contro le attività che si svolgono (il massimo aumento di manodopera, in Italia, ha interessato gli addetti alla cura delle persone: infermieri, badanti, famigli, sorveglianti, ecc.), la scarsa adattabilità al lavoro di molte abitazioni, il rischio di isolamento sociale che consiglia di alternare giorni in ufficio e giorni di lavoro a casa, e naturalmente il fatto che il lavoro è spesso una cosa che si fa insieme agli altri, non in magnifico isolamento. Ma l’ostacolo principale al telelavoro rimane la cultura organizzativa di aziende e manager privati e pubblici, ai quali non basta sapere che i propri collaboratori stanno lavorando, vogliono anche vederli.

Quindi io mi riterrei felice se nella Pubblica Amministrazione, come promette la Riforma Madia, si riuscisse ad avere 250 mila telelavoratori (il 10% del totale) prima del 2020, e se telelavoro e smart work interessasse nel settore privato la stessa quota di persone: avremmo così 2 milioni di telelavoratori invece dei 400 mila scarsi odierni. Se succede vi offro da bere!

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