Lavora meglio, non allungare l’orario

hard-work

La rivista inglese PC Pro, nel numero in edicola a Marzo 2016, alle pagine 42-43, informa i lettori, grazie ad un articolo dell’eclettico Alan Martin, che lavorare molte ore non aumenta la produttività, anzi la riduce. Ciò nonostante l’orario medio di un lavoratore inglese, nel 2015, continuava ad essere di 36,5 ore settimanale. Molto superiore alle profezie dell’economista John Mainard Keynes, che nel 1930 sosteneva che la generazione dei suoi nipoti avrebbe potuto lavorare solo 15 ore a settimana. Come sappiamo questo non è accaduto. Le cause sono riconducibili, secondo PcPro, a due fattori principali (ma in realtà se ne potrebbero aggiungere altri):

  • Le pressioni sociologiche della cultura aziendale sugli individui. Come ben sappiamo da Max Weber, l’etica protestante è stata la culla dell’operosità che ha dato luogo alla nascita del capitalismo. Il duro lavoro da allora è stato visto come un segno di successo e di moralità. Questa etica, persa buona parte delle connotazioni religiose, rimane forte nelle imprese. In fin dei conti quale capo se la sente di elogiare un lavoratore part-time per l’ottimo lavoro svolto? Di solito gli esempi si concentrano su coloro che rimangono in ufficio sino a tardi. Ne consegue che, anche se alle 15 hai terminato il tuo lavoro, non è bene salutare ed andarsene dalla famiglia. Sono regole non scritte nei contratti, ma che ogni impiegato conosce perfettamente;
  • Le tecnologie. Queste ci hanno reso molto più produttivi. Trenta anni fa, se dovevamo ricevere una chiamata di lavoro, bisognava rimanere inchiodati alla scrivania. Oggi possiamo essere raggiunti ovunque tramite cellulari ed email. Ciò, se da una parte è un bene (ci permette di telelavorare, ad esempio) , dall’altra tende a ridurre la distinzione tra tempo di lavoro e di non lavoro, confondendolo e sovrapponendolo. Il rischio, quindi, è di non “staccare mai completamente”.

Come evitare che ciò accada? Secondo me bisogna  ridurre l’orario di lavoro (come fatto in Svezia, ove la legge prevede  30 ore settimanali) ma ancor di più bisogna flessibilizzarlo utilizzando il Lavoro Agile (cioè una combinazione di Smart Work, Orari Flessibili e Banche del Tempo). Anche le imprese ne beneficerebbero: avere lavoratori stressati e alienati non è proprio la condizione ottimale per la produttività (anche se fanno finta di non saperlo).

PS: a proposito, PcPro, essendo una rivista di informatica professionale, suggerisce anche alcuni software per Windows o Mac utili per tenere traccia dell’attività svolta e del tempo passato online, in modo di evitare di diventare un “ubriaco di lavoro”. I tre programmi sono: Rescue Time, che permette di tracciare il tempo speso nelle diverse attività lavorative; Work Pace, che oltre a tenere traccia del tempo di lavoro, suggerisce quando fare una pausa per svolgere degli esercizi fisici per riattivare i muscoli;  F.lux, che cambia tonalità e luminosità dello schermo del PC a seconda dell’ora. Pare che molte aziende le abbiamo installate sui portatili dei loro dipendenti.

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