Smart Work e Piattaforme Digitali

gig economy

E’ stata presentata di recente alla Camera dei deputati una proposta di legge intesa a regolamentare le piattaforme digitali, cioè quei sistemi, come AirBnB o Uber, che permettono la condivisione di beni (come l’appartamento) e servizi (come lo spostamento in auto) nell’ambito di quella che viene comunemente definita “Economia della condivisione”.  Nella proposta si intende soprattutto regolare i compiti e limitare il potere di chi gestisce la piattaforma, gli aspetti fiscali per chi mette a disposizione un bene, e le prerogative dello Stato nei confronti dei gestori.

La proposta, sino al 31 maggio, è aperta a commenti e proposte di modifica dei cittadini: basta collegarsi con questo sito, e si può lasciare il proprio suggerimento.

Ma perchè un sito sul telelavoro dovrebbe interessarsi  alla legge sulle piattaforme digitali? Ovvio: usando tali strumenti molti telelavoratori (professionisti e non) si creano  “un mercato” per le proprie competenze offrendo servizi (ad esempio consulenze) online, anche su base occasionale. La legge però su questo punto non è chiara. Da una parte (art. 2) si stabilisce che “tra gestori e utenti non sussiste alcun rapporto di lavoro subordinato” , dall’altra, negli articoli che riguardano gli aspetti fiscali,  si distingue tra redditi “occasionali” (sino a 10 mila euro l’anno, tassati al 10%, da dichiarare in una apposita casella della dichiarazione dei redditi) e redditi “continuativi”, superiori a 10 mila euro, che entrano a tutto titolo nel calcolo dell’Irpef.

Il mio dubbio è semplice: ma davvero se una persona guida la sua auto 8 ore al giorno per Uber è un indipendente? E anche se lo fosse, come si fa a dargli qualche diritto (ad esempio quello ad una equa retribuzione per l’attività che svolge?). I modelli organizzativi delle imprese che gestiscono le piattaforme sono “atomistici”:  il singolo lavoratore  è visto come una unità funzionale d’impresa a sé stante, ed ha un potere contrattuale infinitamente inferiore rispetto a chi gestisce la piattaforma. Questa è a tutti gli effetti una impresa virtuale, nel senso che si riduce al minimo la fisicità d’impresa; la tradizionale struttura organizzativa viene sostituita da una nebulosa di prestazioni, che a seconda dei casi, possono partire dal possesso di un bene, ma anche da una competenza che da luogo a una prestazione lavorativa. Questo pone la questione circa che tipo di rapporto economico dovrebbe esistere tra le aziende “zero organization” e i loro lavoratori/unità funzionali.  Si tratta di un tema su cui si sono concentrati  due ricercatori del MIT, Malone e Laubacher, che in un articolo pubblicato a fine anni ’90 avanzavano l’ipotesi dell’avvento di una «economia dell’e-lancers». Secondo loro le «regolari relazioni di lavoro», quelle cioè codificate da un contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, verranno sostituite da una economia basata sul lavoro autonomo svolto in via elettronica. Le aziende, che in tale economia diventano sempre più decentrate, anziché assumere personale, trovano più conveniente e remunerativo appaltare quote crescenti di lavoro a consulenti esterni, con i quali terranno i contatti  esclusivamente in via telematica. Tali e-lancers, dal canto loro, «lotteranno» per la conquista delle commesse su di un mercato del lavoro virtuale, ove stock di lavoro vengono messi all’asta su Internet e assegnati al miglior offerente, cioè al lavoratore che chiede il compenso più basso. Tale scenario appariva agli autori particolarmente attraente, in quanto poteva “liberare” i professionisti di maggior valore e portatori di skills pregiati dalle “limitazioni” del rapporto di lavoro dipendente, mettendoli in condizione di vendere le loro prestazioni su un mercato mondiale e globalizzato. Purtroppo tale scenario, come notavano gli stessi studiosi,  fa diventare le persone molto più indifese, senza programmi di welfare pubblici ed aziendali e senza alcuna capacità contrattuale nei confronti dei committenti, i quali, in un sistema di asta al ribasso, cercheranno di pagare il lavoro sempre di meno. Per di più, la scomparsa dell’ambiente sociale e comunitario aziendale rischia di alienare le persone, facendole produrre magari a minor costo, ma con maggiore difficoltà e con altissimi costi cognitivi.

Per questo la legge sulle piattaforme digitali deve essere semplice e chiara e soprattutto deve trattare anche il tema del lavoro, non solo delle merci o dei servizi. Evitando, se possibile, che dal lavoro precario si passi a “lavoretti” ancora più precari (e si veda, su questo, un articolo di Nicola Cacace).

 

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