Storia del telelavoro.

Possiamo distinguere alcune fasi che hanno caratterizzato l’ascesa del telelavoro:

  • Fase 1: l’entusiasmo. Il dibattito sul telelavoro è iniziato già quando non erano disponibili gli strumenti, come i fax o i personal computer, e le reti di comunicazione digitale che oggi lo rendono realmente implementabile: se ne occupavano i futurologi, piuttosto che scienziati sociali o ingegneri. Negli anni Settanta, ad esempio, J. Martin e A. Norman postulano il ritorno all’industria casalinga “con il filatoio sostituito dal terminale del computer”; M. Webber, nel 1996 predice un futuro in cui le reti di trasmissione permettono di starsene tranquilli in cima ad una montagna e rimanere in contatto “intimo, realistico e in tempo reale” con i propri affari. Tra gli entusiasmi c’è anche l’utopia ecologica di E. Callenbach, che profetizza una “Ecotopia” in cui si annulla la distinzione tra lavoro e non-lavoro.Mentre gli entusiasti del telelavoro enfatizzano la possibilità di lavorare indipendentemente dalla localizzazione geografica e il conseguente impatto positivo sulla qualità della vita e dell’ambiente, imprese, consulenti ed esperti cercano di stimare il potenziale sviluppo del telelavoro. La AT&T, ipotizzava che nel 2000 tutti gli americani avrebbero lavorato da casa, per poi ridurre tale stima dieci anni dopo: i telelavoratori avrebbero rappresenatato il 40% della forza lavoro. Ci si aspettava un’ampia diffusione del telelavoro, profezia che si è avverata in parte, perché non ha coinvolto tutti i lavoratori, dal momento che non tutte le professioni sono telelavorabili, e poiché molte imprese sono ancora legate alla tradizionale presenza fisica del lavoratore in ufficio.
  • Fase 2: la necessità. Un momento decisivo per lo sviluppo del telelavoro si è avuto in occasione del primo grande shock petrolifero, che, nel 1973, causò una drastica riduzione di petrolio e dei suoi derivati per le nazioni occidentali, e fece emergere il telelavoro come una soluzione ottimale, economica e a misura d’uomo. Vennero condotti numerosi studi sul fenomeno, soprattutto dal Dipartimento dei Trasporti degli USA: Jack Nilles, un esperto del settore, coniò il termine “telecommunting” per sottolineare la possibilità e la convenienza di spostare i dati, piuttosto che le persone. In questo periodo alcune compagnie telefoniche americane si lanciano in sperimentazioni pionieristiche. Basti pensare al progetto “Alternative Work Arrangment” della Bell Canada, che, utilizzando le tecnologie allora disponibili, permetteva ad un ristretto gruppo di persone di lavorare da casa. In realtà pochi sapevano di cosa si trattasse, non esistevano accordi con il sindacato e il programma non citava espressamente il termine telelavoro. Venne creato un apposito team, l’ “Home Resource Group”, per gestire il progetto e analizzarne i vantaggi e gli svantaggi per l’azienda.
  • Fase 3: l’oblio. Negli anni Ottanta vengono condotti numerosi studi, seminari, conferenze, workshop e ricerche sul telelavoro, in particolare sul “home telework”, che finisce per identificarsi con il fenomeno stesso, con il rappresentarne l’unica forma pura nell’immaginario collettivo. L’attenzione si concentra, da un lato, sulle opportunità offerte alle donne – che possono prendersi cura della famiglia e dell’ambiente domestico senza dover rinunciare al lavoro – e sull’integrazione tra vita familiare e lavoro; dall’altro sui problemi dell’isolamento e della marginalizzazione. Contro il telelavoro si scagliano sia i movimenti femministi, sia i sindacati, convinti che si tratti di un espediente per relegare ai confini del sistema produttivo le fasce più deboli della forza lavoro. In realtà si tratta di un rischio solo teorico, perché le aziende sono molto lente nell’implementare programmi di telelavoro, che per lo più coinvolge pochi lavoratori di elevata professionalità. Il fenomeno, anche se molto dibattuto, cade nell’oblio.In questo periodo, inoltre, emergono due nuovi fenomeni: da un lato, si assiste all’ampia diffusione dei PC casalinghi, che diventano parte del corredo tecnologico di molti lavoratori di fascia medio-alta. Di conseguenza, comincia a diffondersi l’idea che lavorare da casa come in ufficio sia non solo possibile, ma per alcuni aspetti più conveniente: si evitano, ad esempio, quelle interruzioni e quelle distrazioni tipiche degli uffici e che minano la concentrazione. Si inizia a parlare di “Small Office, Home Office” (SOHO), fenomeno per cui l’abitazione diventa informatizzata è può sostituire completamente il tradizionale ufficio grazie all’utilizzo di hardware sofisticati (stampanti laser, personal computer, scanner, etc), disponibili a costi contenuti.La seconda novità riguarda la diffusione di Internet, accessibile da una qualsiasi linea telefonica urbana. Nel 1987 una rete di computer, ARPANet, di proprietà del Dipartimento della Difesa, passa sotto il controllo dell’Ente americano per il coordinamento della ricerca (la National Science Fundation) e viene resa accessibile prima alle utenze accademiche, poi anche ai privati e agli utenti commerciali. Si compiono così i primi passi verso una diffusione capillare della Rete, che, di lì a pochi anni, permetterà a imprese e utenti di tutto il mondo di connettersi.Entrambi i fenomeni fanno rinascere l’interesse di massa verso il telelavoro.
  • Fase 4: il ritorno glorioso. Negli anni Novanta è l’Amministrazione Pubblica a rilanciare il telelavoro. In Europa, la Commissione Europea mette a disposizione fondi per la sperimentazione del telelavoro e, con il Rapporto Bangemann, si propone di raggiungere, entro il 2000, i dieci milioni di nuovi telelavoratoriNegli Stati Uniti, invece, le imprese vengono incentivate a ridurre il numero di dipendenti che usano l’auto per gli spostamenti da e verso l’ufficio da due normative: il “Clean Air Act” del 1990 e la legge 3923 del 1994, che prevedono bonus fiscali per la conversione dei posti di lavoro fissi in lavori a distanza. Anche se nel 1995, a seguito di una modifica del Clean Air Act, la riduzione degli spostamenti perde il carattere di obbligatorietà, le organizzazioni americane hanno già sperimentato l’utilità sociale del telelavoro. Quest’ultimo, ad esempio, durante i terremoti che nel 1989 e del 1994 provocarono ingenti danni in California, ha permesso alle imprese, i cui dipendenti avevano continuato a lavorare da casa, di limitare almeno i danni economici.In questo periodo, il Vice Presidente Al Gore lancia la NII, National Information Infrastructure initiative, un ambizioso piano tecnologico per la creazione di una rete di computer ad alta velocità, una nuova “autostrada dell’informazione” basata su Internet che, oltre a garantire multimedialità, intrattenimento e film, consente lo sviluppo del telelavoro. La Rete, infatti, appare un “luogo” ideale per il lavoro interno ed esterno alle aziende, grazie ad alcuni significativi sviluppi: la riduzione dei costi delle connessioni; l’evoluzione delle strutture informative aziendali; il gemellaggio tra Internet e sistemi interni (Intranet); la disponibilità di meccanismi di sicurezza che tutelano le Lan aziendali da accessi non autorizzati. Inoltre, il mercato consumer offre soluzioni originali e a basso costo per supportare il telelavoro di professionisti e piccole imprese: basti pensare alla diffusione di programmi come Net Meeting – un software prodotto e distribuito gratuitamente dalla Microsoft – o Netscape Communicator, che permettono di lavorare in gruppo pur restando a casa. Fissato l’orario del meeting – in cui tutti i partecipanti dovranno essere connessi alla Rete – il software fa da “ponte” tra gli utenti tramite uno speciale server; iniziata la sessione, appare uno schermo diviso in più parti, in cui è possibile conversare, vedersi, trasferire dati o lavorare su uno stesso documento. In questo modo si limita il pericolo dell’isolamento sociale, poiché alle relazioni fisiche si sostituiscono interazioni digitali in tempo reale, alle riunioni fisiche quelle virtuali. Talvolta è possibile ricreare virtualmente le chiacchiere di corridoio: la Bell Telephone inglese ha pensato di installare un terminale per videoconferenze nel bar dell’ufficio, di modo che i telelavoratori possano “prendere un caffè” con i lavoratori in sede.
  • Fase 5: il boom del telelavoro. Alla fine degli anni Novanta, inizia un fase di sviluppo accelerata: nel 1999 i telelavoratori in Europa sono quasi 9 milioni (i due terzi sono persone che telelavorano in maniera abituale, il resto sono telelavoratori occasionali); negli Stati Uniti toccano i 16 milioni. Riportiamo nel grafico i dati della Ricerca pan-Europea svolta dal Progetto Ecatt:

Il telelavoro in Europa nel 1999

La ricerca ha sfatato alcuni luoghi comuni sul telelavoro, primo fra tutti quello secondo il quale il lavoro a distanza, soprattutto quando svolto da casa, sia un’attività particolarmente adatta alle donne: i dati dimostrano invece che, a fronte di una forza lavoro composta dal 53% di uomini e dal restante 47% di donne, tra i telelavoratori i maschi costituiscono l’80% del totale.Viene smentita anche l’idea che il telelavoro sia da relegare alle qualifiche più basse (come l’inserimento dei dati, l’help desk telefonico, ecc): in realtà, mentre tra gli occupati il 23% dei lavoratori svolge mansioni di scarso contenuto professionale e il 42% quelle di media qualificazione, tra i telelavoratori tali percentuali scendono al 7% (qualifiche basse) e al 34% (qualifiche medie) e bel in 57% svolge un’attività di alto contenuto professionale.Il telelavoro, inoltre, coinvolge, in misura maggiore o minore, imprese di tutti i settori e di tutte le dimensioni, e non soltanto quelle che operano con le tecnologie dell’informazione. La percentuale di diffusione del telelavoro nelle imprese più piccole è piuttosto limitata, ma se consideriamo che esse costituiscono oltre l’80% del tessuto produttivo europeo, facciamo pur sempre riferimento ad alcuni milioni di organizzazioni.

Negli ultimi anni la popolarità e l’adozione del telelavoro è notevolmente cresciuta. Se nei primi tempi si focalizzava l’attenzione sui risvolti di tale modalità di lavoro in relazione alla responsabilità sociale dell’azienda, col tempo le imprese hanno riconosciuto e apprezzato i benefici che un programma di telelavoro ben implementato è in grado di apportare. Inizialmente si parlava di “telecommunting”, che implicava un contratto in base al quale il lavoratore eseguiva la propria prestazione da casa, utilizzando strumenti di telecomunicazione per ottenere l’accesso alla rete aziendale. Il termine “telecommute” implicava che il “viaggio” del lavoratore verso l’azienda avvenisse “virtualmente”. Oggi, il termine “telelavoro” è utilizzato per indicare qualcosa in più del dipendente che lavora lontano dall’ufficio e include non solo le persone che operano da casa, ma anche quelle che lavorano da altri luoghi, come internet cafes, stanze d’albergo, in treno o in automobile. Ma il telelavoratore non è solo colui che lavora da casa o in luoghi pubblici: molte imprese propongono l’utilizzo di centri satelliti, centri di telelavoro comuni, equipaggiati con una varietà di strumenti di telecomunicazione e servizi condivisi da lavoratori che dipendono da una stessa impresa o da imprese diverse. I centri di telelavoro permettono di superare i problemi che derivano dal lavorare a casa, come le distrazioni e la sicurezza, e, allo stesso tempo, garantiscono alcuni benefici tipici del telelavoro, come la riduzione del pendolarismo e dei costi operativi. Questa soluzione è gradita ai manager che si oppongono all’idea che i propri dipendenti possano lavorare da casa, per paura che le distrazioni dell’ambito domestico possano avere un impatto negativo sulla loro produttività e sul tempo dedicato ai compiti loro assegnati. I progressi tecnologici, soprattutto quelli relativi al trattamento delle informazioni e alle tecnologie di telecomunicazione, hanno notevolmente esteso la disponibilità del telelavoro. Sono state a tal fine rilevanti la crescente portabilità sia dei computer sia dei file dei dati; la capacità di trasmissione dei fax e delle email; la possibilità di partecipare a sessioni di chat interattive online con collaboratori e clienti; la qualità video che permette di condurre meeting virtuali che non richiedono la presenza fisica di tutti i partecipanti nella stessa stanza. Questi sviluppi tecnologici consentono di simulare o replicare virtualmente le “reali” condizioni di lavoro e gli schemi di interazione e comunicazione, riuscendo così a erodere alcune resistenze che molti manager e molte aziende hanno tradizionalmente mosso contro il telelavoro.

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