La validità economica del telelavoro.

 È davvero importante che esista un’ampia quota di e-workers tra i nostri lavoratori?

Indagare il fenomeno del telelavoro e l’ampiezza della sua diffusione ci permette di identificare il grado di equità e inclusività di un sistema economico: grazie al suo utilizzo, infatti, si possono superare le problematiche che limitano l’occupabilità di quelle frazioni della forza lavoro rappresentate, ad esempio, dalle donne con figli piccoli o dai disabili. In realtà, la presenza di ampie fasce di telelavoratori ci dice molto di più, perché rappresenta un indicatore della vitalità dell’economia, della sua vivacità sul versante dell’innovazione organizzativa. Molti studi, infatti, hanno dimostrato la validità economica del telelavoro, sottolineando la sua capacità di aiutare le regioni economicamente periferiche dell’Europa almeno sotto due punti di vista.
Prima di tutto, l’e-work può incrementare la vitalità del mercato del lavoro, perché attrae e trattiene nella regione i lavoratori più specializzati. Si tratta di offrire quel plus che i lavoratori della conoscenza apprezzano in maniera particolare, perché possono svolgere un lavoro qualificato indipendentemente dalla regione in cui vivono e da quella in cui si trova l’azienda per la quale operano. In questo modo, aumenta il potenziale creativo della regione e, di conseguenza, la sua capacità di attrarre anche le aziende creative, che, operando in settori ad alto valore aggiunto e non ancora saturi,  hanno maggiori capacità di crescita e di produzione di reddito.
Inoltre, grazie alla diffusione dell’e-work anche le imprese situate il regioni periferiche o geograficamente poco accessibili possono essere inserite nelle reti nazionali e internazionali e, di conseguenza, partecipare attivamente all’economia globale.L’idea di fondo, quindi, è che la maggiore presenza di telelavoro, e in generale di e-work, abbia effetti benefici soprattutto per le aree in ritardo nel processo di sviluppo: provocando un aumento della competitività della regione, le permette, infatti, di ristrutturare i propri meccanismi di funzionamento, passando da una economia tradizionale a nuovi e più equi paradigmi.

Il progetto BISER ci fornisce dati significativi a riguardo. La ricerca, che analizza il grado di sviluppo della Società dell’Informazione, è stata effettuata attraverso due ampie survey, coinvolgendo 28 regioni europee, di cui 4 italiane (Lombardia, Toscana, Lazio, Sicilia). I risultati evidenziano uno sviluppo diversificato dell’e-work, non solo tra paesi diversi, ma anche all’interno di una stessa nazione. Nelle 28 regioni la presenza di telelavoratori passa dal 3% della forza lavoro al 27%, una differenza difficilmente ascrivibile al caso e che va analizzata chiamando in causa ulteriori variabili. Dall’analisi risulta che la diffusione del telelavoro è positivamente correlata con la diffusione di ricchezza: le regioni con il miglior PIL pro capite sono quelle in cui si usa di più la telecooperazione e l’e-work, e in cui la disoccupazione è ai minimi europei. Ad esempio, nell’area inglese di Oxford, dove il  telelavoro è ai massimi livelli europei, il PIL pro capite è di oltre 27 mila euro e la disoccupazione è pari al 2%.Inoltre, la quota di telelavoratori è correlata anche al numero di brevetti di ricerca e sviluppo, rapportati alla popolazione lavorativa, di cui è stata chiesta la registrazione. Questa variabile rappresenta un importante indicatore della penetrazione della knowledge economy e delle potenzialità innovative delle regioni.
Il paradosso che deriva dai dati è evidente: se è vero che il telelavoro consente di allargare il mercato del lavoro e incentivare lo sviluppo economico, dovrebbe essere implementato maggiormente proprio nelle aree che hanno bisogno di rivitalizzarsi. Nella realtà, tuttavia, accade esattamente il contrario: il telelavoro è più diffuso nelle aree già sviluppate. Di conseguenza, da leva strategica per lo sviluppo, potrebbe diventare un ulteriore elemento di disparità per le aree svantaggiate. Bisogna intervenire per colmare il gap tra i vari paesi e aiutare quelli in difficoltà a superare la loro posizione di arretratezza: la diffusione dell’utilizzo delle ICT – necessarie per implementare il telelavoro ma soprattutto per favorire l’innovazione – costituisce senza dubbio un passo importante per far uscire tali aree dalla loro marginalità.

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