La disattenzione della letteratura manageriale.

Nonostante le evidenze empiriche suggeriscano che il telelavoro mobile costituisca una parte significativa della popolazione dei teleworkers, la letteratura manageriale continua ad attribuirgli scarsa attenzione. In questa sede, facciamo riferimento soprattutto agli articoli pubblicati tra il 2000 e il 2005 nel campo del business e del management. Il campione di articoli è stato creato sia conducendo una ricerca sul database elettronico IBSS (International Bibliography of the Social Sciences), sia utilizzando un approccio basato sull’analisi delle bibliografie degli studi noti. In questo modo, si è ottenuto un campione di 23 articoli, analizzati con lo scopo di verificare quali includono il telelavoro mobile, come si definisce il telelavoro, e se vengono esaminati dati empirici sul mobile telework.

Per quanto riguarda la definizione di telelavoro, la letteratura non considera il telelavoro mobile. 12 articoli su 23 utilizzano la definizione di telelavoro, senza un esplicito richiamo al mobile telework oppure si ricorre ad una definizione in termini abbastanza ampi che includono quello mobile . Così, mentre Clear e Dickson definiscono il telelavoro come un lavoro svolto lontano dall’ufficio (a casa, presso i clienti ), rappresentando un esempio del primo tipo definizione, Tieze e Musson, che lo definiscono come un lavoro a distanza “anywhere, anytime”, sono un esempio del secondo. Un quadro diverso emerge in relazione all’analisi empirica del telelavoro mobile. Dei 20 articoli che presentano dati empirci dettagliati, solo 5 menzionano quelli sul mobile telework e solo 3 esaminano materiale a riguardo. Questo significa che la letteratura focalizza l’attenzione sull’home-office telework e su altri tipi di lavoro.
Nonostante la crescente importanza della mobilità spaziale del lavoro, alcuni sviluppi tecnologici possono supportare, paradossalmente, la situazione opposta: possono cioè condurre ad una riduzione della necessità della mobilità. La compressione spazio-temporale, che abbatte le distanze geografiche e le barriere, consente una libera comunicazione e uno scambio di informazioni tra le persone, che possono così incrementare la loro conoscenza senza spostarsi fisicamente. La tecnologia, dunque, può rendere più facile la mobilità spaziale, ma può anche incrementare i livelli di inerzia spaziale. Anche se la letteratura ha enfatizzato la possibilità di un lavoro remoto, grazie a tecnologie che liberano il lavoratore dall’esigenza di stare in ufficio, gli studi empirici hanno posto l’attenzione sull’homeoffice. Sono poche le analisi sul lavoro condotto fuori dall’ufficio o dall’abitazione, per cui i cambiamenti tecnologici vengono considerati soprattutto per la loro capacità di incrementare i livelli di inerzia spaziale, piuttosto che quelli di mobilità.
Un’eccezione rispetto a questa generale disattenzione, è l’opera di Felstead, “Changing Places of Work”: l’autore suggerisce che il lavoro sta cambiando anche grazie all’aumento di quanti lavorano “on the move” e dedica un intero capitolo al mobile telework, con lo scopo di esplorare la vita e le esperienze dei lavoratori nomadici.

Tratto dalla nostra traduzione del capitolo “The neglect of spatial mobility in contemporary studies of work: the case of telework”, Donald Hislop and Carolyn Axtell, New Technology, Work and Employment.

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