E’ estate, mancano le notizie? Rivenditi il telelavoro nella P.A.

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Quando le notizie scarseggiano il riciclo va di moda. Nella fantomatica bozza di “documento top secret” scovato dal Corriere a Palazzo Vidoni, pare ci sia anche il telelavoro.  Il prestigioso quotidiano milanese, infatti, ci informa che “Almeno il 10% dei dipendenti pubblici, se lo chiederà, dovrà essere messo nelle condizioni di lavorare da casa, o comunque da fuori ufficio. L’obiettivo dovrà essere raggiunto entro tre anni dall’entrate in vigore delle nuove regole. E, per chi sceglierà questa strada, ci dovranno essere tutte le garanzie di non subire «penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e delle progressione di carriera». “.

Bene, benissimo. Peccato che la novità sia tutt’altro che nuova: la legge 7 agosto 2015 , n. 124 (di cui abbiamo parlato più volte) , prescrive, all’articolo 14, di attivare  “nuove modalità spazio-temporali di svolgimento della prestazione lavorativa che permettano, entro tre anni, ad almeno il 10 per cento dei dipendenti, ove lo richiedano, di avvalersi di tali modalità” (in pratica il telelavoro e lo Smart Work). La notizia, semmai, è che nonostante leggi e regolamenti (e forse a causa di leggi e regolamenti) il lavoro agile è usato da pochissime amministrazioni, e quasi sempre senza alcun scopo di miglioramento organizzativo, ma solo per far fronte ai bisogni del personale con maggiore svantaggio. Cosa meritevole, ma certo che non modifica il lavoro nella Pubblica Amministrazione.

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