Il bello dello Smart Working. Oppure no?

Smart not hard

Angelo Deiana, Presidente di Confprofessioni, su Huffington Post dedica un articolo a promuovere a pieni voti lo smart working, come una strategia che fa bene sia l’impresa che il lavoratore. Una tesi tutto sommato nota e condivisa. Ma non da tutti.

Questi sono i commenti postati dai primi due lettori:

 Primo commento:

“Si lavora di più e si ha perfino più tempo libero”
Come no. Ma per favore. Cosa ne sapete dei posti di lavoro veri? Quelli dove se ritardi due minuti te lo fanno pesare. Dove se non ti fermi fino alle otto di sera per chiudere un progetto (una sera sì e una no) sei uno scansafatiche.
Ma per favore. Descrivete un paese che non c’è.
Secondo commento:

“Dunque, non più posto di lavoro fisso ma maggiore coinvolgimento e responsabilizzazione ma soprattutto maggiore flessibilità di orario trai impegni di lavoro e vita privata”, tradotto: “non potrai più avere una vita privata, dovrai essere sempre connesso e vivere attaccato a pc, tablet e quant’altro 24 ore su 24, in modo che in qualunque luogo tu ti trovi, qualsiasi cosa tu stia facendo, con chiunque tu sia alla prima chiamata tu possa mollare tutto e tutti. Praticamnte non ti potrai più godere nulla. come dice l’articolo “Essere sé stessi e parte dell’azienda sempre, comunque e dovunque”: praticamente non sarai più una persona, ma dovrai vivere la tua vita in funzione esclusivamente dell’azienda.
che orrore!
Non è che dello Smart Working abbiamo sottostimato l’aspetto inquietante?

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