Un DDL sul Lavoro agile di cui non si sentiva il bisogno

sen sacconi

E’ stato presentato al Senato, il 3 febbraio scorso, un Disegno di legge d’iniziativa dei senatori SACCONI, D’ASCOLA, MARINELLO e PAGANO, dal complesso titolo “Adattamento negoziale delle modalità di lavoro agile nella quarta rivoluzione industriale“.

Un testo che seppur voglia apparire dedicato al lavoro agile confonde molto le acque. Cerchiamo di capirne quelli che a me sembrano i punti più deboli:

  • Anzitutto si definisce il lavoro agile come una specie di lavoro a progetto (peraltro abrogato dal Jobs Act) che può interessare sia i lavoratori dipendenti che quelli autonomi, a patto che essi:
    • a) siano inseriti in modo continuativo in “modelli organizzativi di lavoro agile” così come definiti e disciplinati dai contratti collettivi di lavoro sottoscritti a livello aziendale o territoriale (quindi pare che il modello organizzativo di un’impresa debba nascere dalla contrattazione, non dalla necessità di raggiungere al meglio un obiettivo produttivo);
    • b) il cui contratto sia stato “certificato su base volontaria” (saranno contenti i certificatori, anche se non si capisce la certificazione a fronte di quali requisiti deve avvenire);
    • c) siano inseriti in modo continuativo, anche per distacco o con contratto di somministrazione o apprendistato (ma questi citati non sono contratti continuativi, o no?), in distretti industriali e della conoscenza, cluster, poli tecnologici, incubatori certificati di imprese, start up innovative, reti di imprese o imprese qualificate (ma chi deve decidere se un’impresa è o meno qualificata? I certificatori?);
    • d) siano impegnati in modo continuativo in lavori di ricerca, progettazione e
      sviluppo per aziende, committenti o datori di lavoro privati (quindi il lavoro agile non si applica a chi non fa ricerca? Manager, quadri, web master e creativi vari ringraziano!);
    • e) di conseguenza per essere definiti “ricercatori” l’art. 6 prevede che i lavoratori agili devono avere un dottorato di ricerca conseguito presso università italiane o estere o abbiano  acquisito la qualifica di ricercatore nell’ambito di contratti di apprendistato di alta formazione o di ricerca;
    • f) Siano  assunti con contratti di durata superiore a un anno e con un corrispettivo lordo di almeno 30.000 euro / anno.Come si intuisce la platea di applicazione della legge è molto limitata (forse 60.000 persone in Italia? Ma i dottorandi che operano come ricercatori in Azienda sono non oltre 5 mila) ed ha ben poco a vedere con il lavoro agile
  • La legge sembra suggerire che il Lavoro agile sia fortemente usurante (o forse addirittura contagioso?): l’art. 3 – comma 3 prevede che i ricercatori “agili” siano sottoposti a visite periodiche di prevenzione ogni 4 mesi (per un normale lavoratore addetto ai videoterminali la visita si fa ogni 5 anni, ogni 2 per chi ha superato i 50 anni di età).
  • Viene introdotta l’idea che il lavoratore agile abbia comunque delle fascie di reperibilità, ma questo serve a sancire il diritto “alla disconnessione”: se spengo l’apparato non mi puoi licenziare nè multare! L’idea non sarebbe neanche male (l’azienda non deve dare per scontato che il lavoratore agile sia “sempre attivo”), ma forse è preferibile legare questo diritto al lavoro che si svolge e ai metodi per misurare gli obiettivi raggiunti.
  • il DDL spende poi alcuni articoli a definire le regole di impiego dei ricercatori e dottorandi, in particolare di quelli provenienti da Paesi extra UE (per i quali si prevede uno speciale permesso di soggiorno per attività di ricerca: mi pare una idea buona, ma va riproposta in altri contesti);
  • La proposta intende creare un “dottorato industriale”, cioè un percorso di alta formazione e ricerca attivato da Università ed entità pubbliche o private che prevedano percorsi di internship aziendale di durata non inferiore al 50 per cento del percorso di dottorato ovvero percorsi di apprendistato di alta formazione ai sensi della legislazione vigente. Sinceramente, non mi convince: gli anni del dottorato sono gli unici in cui un ricercatore fa davvero il suo mestiere in maniera creativa e libera, gettando le basi per future scoperte. Obbligarli a lavorare in una azienda mi sembra un inutile spreco, a meno che non si stiano svolgendo ricerche applicate ai sistemi produttivi.
  • Per finire, il tocco finale: l’Art. 7 comma 2 prevede che “Per il biennio 2016 – 2017 è destinata una somma di 100 milioni di euro al fine di promuovere un piano nazionale per l’alfabetizzazione digitale degli adulti”.  Scusate, ma non capisco il nesso tra lavoro agile e alfabetizzazione digitale. Ovviamente, invece, al Lavoro Agile non viene destinato alcuno stanziamento aggiuntivo…

Speriamo che questa proposta non ne faccia nascere altre, o almeno non altrettanto strane.

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